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Sulla proposta del quartiere a luci rosse

La proposta del sindaco De Magistris di realizzare un quartiere a luci rosse, sulla scia di altre importanti città in Europa e nel mondo, nonostante le vacanze e la tentazione di considerarla una proposta agostana, sinceramente mi lascia perplessa. Non ne riesco a capire, prima ancora che le modalità di attuazione - aspetto di non poco conto per chi è chiamato a governare, oltre che a lanciare interessanti e spesso suggestive provocazioni e sfide - le ragioni.

Cosa ha spinto il sindaco a valutare realmente un'opportunità di questo tipo? Se le ragioni risiedono nella volontà di affrontare il tema del degrado urbano, della vivibilità e della sicurezza della città, questioni ovviamente che nessuno può pensare di trascurare, mi sento di esprimere più di una perplessità sullo strumento individuato. Mi domando, infatti, se può un semplice spostamento o una concentrazione/marginalizzazione del fenomeno della prostituzione, da un quartiere ad un altro o peggio ancora dalla città al suo hinterland, dare una risposta significativa e adeguata al problema. Personalmente credo di no.
Se invece, come pare dalle sue ultime dichiarazioni, l'intento è quello di affrontare in maniera incisiva la piaga dello sfruttamento, della tratta, della violenza, della costrizione ad opera e per conto di organizzazioni e poteri criminali, oltre che della totale mancanza di condizione minime di salute per chi si prostituisce, allora, nonostante l'obiettivo anch'esso più che giusto e condivisibile, credo sinceramente si scelga di percorrere, ancora una volta, la strada meno efficace.
Ritengo che al di là dell'auspicabile confronto con la città e con gli operatori, ritenuto a dir il vero necessario da parte dello stesso sindaco, il compito più importante che in questo momento possa assumere concretamente su di sé un ente locale sia quello di affiancare, non solo e non tanto con le poche risorse disponibili, ma soprattutto con il riconoscimento e l'offerta del necessario supporto istituzionale (che può essere ben diverso dal semplice finanziamento), il prezioso lavoro delle tantissime realtà del privato sociale che su questo terreno lavorano instancabilmente con rigore e serietà ogni giorno da tanti anni anche nella nostra città. Da assessora alle pari opportunità ho avuto modo di conoscere da vicino qualcuna di queste realtà e posso dire con cognizione di causa che ho incontrato, oltre che competenze e professionalità, un livello di conoscenza e penetrazione del fenomeno davvero unici ed eccezionali, sicuramente preziosi, frutto spesso di un grande livello di umanità e di una grande capacità di ascolto difficilmente eguagliabili.
Che quello della prostituzione poi possa essere considerato un mestiere come un altro, e in quanto tale riconosciuto e regolamentato da un'istituzione territoriale, credo possa legittimamente suscitare reazioni diverse: dallo sdegno all'entusiasmo. Personalmente ritengo, in ogni caso, che un mestiere (dal latino "ministerium") andrebbe considerato tale quando conserva e preserva la dignità di chi lo svolge e non ne aliena in alcun modo l'esistenza. E a coloro che credono davvero - o preferiscono credere - che molti di quelli che stanno agli angoli dei marciapiedi lo facciano per scelta, andrebbero ricordate non solo le percentuali statistiche che dicono bene quanto sfruttamento e quanta paura c'è nel 90% dei casi dietro alla prostituzione, ma anche quanta emarginazione e quanta assenza di costruzione sociale e di possibilità economiche e di lavoro, conduce omosessuali e transessuali e talvolta anche donne, soprattutto se extracomunitarie, sulla strada, perché impossibilitati a trovare altre fonti di sostentamento.
Sono decisamente altre le condizioni di prostituzione che si scelgono, non certo quelle sui marciapiedi, non certo quelle di cui vuole occuparsi il nostro sindaco, bensì quelle che si svolgono nel chiuso delle ville, e che spesso conducono molto in là, talvolta anche in percorsi di carriera di vario genere...
È questa la fotografia peggiore del dramma della prostituzione, non è una questione di marciapiedi "inquinati", è una battaglia culturale, di civiltà, di libertà, che va combattuta prima nella testa delle persone, poi nelle dinamiche sociali, relazionali ed economiche che ci circondano e poi forse, ed infine, anche sulla strada.

Valeria Valente – Coordinatrice Regionale Donne PD

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